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Si prega di abolire le notizie - старонка 31

no della memoria. L'Europa dei totalitarismi, Mondadori 2001).

«Dare nomi appropriati», oppure non darli: questo è il dilemma.

Un ladro è un ladro, sia che rubi nei supermercati per sfamare la

sua povera famiglia, sia (a maggior ragione) che rubi ai cittadini sot-

to forma di tangenti, come Craxi e compagnia bella; o ai risparmia-

tori con bond fasulli, come Tanzi e i banchieri suoi complici; o agli

azionisti, come i truccatori di bilanci; o ai contribuenti, come gli eva-

sori fiscali; o direttamente ai correntisti suoi clienti, come il patron

della Popolare di Lodi Gianpiero Fiorani, pupillo dell'ex governa-

tore Fazio. Ma per chiamare ladro quello del supermercato non oc-

corre alcun coraggio; per chiamare ladri, anzi ladroni (viste le di-

mensioni della refurtiva), i Craxi, i Tanzi, i Fiorani, i falsabilanci e

gli evasori fiscali, di coraggio ce ne vuole molto di più. Tant'è che,

per queste categorie, il termine «ladro» - molto in voga negli anni

belli del 1992-93 - è caduto rapidamente in disuso.

Poi, certo, la cronaca ci porta in casa ogni giorno episodi sem-

pre più gravi di latrocinii, grassazioni e soperchierie dei potenti ai

danni dei cittadini. Ma li esorcizziamo chiamandoli in altro mo-

8. Le notizie col preservativo 231

do, di solito soavissimo. Nel nostro Codice penale, il crac cagio-

nato da imprenditori senza scrupoli che fuggono con la cassa del-

la società, lasciando sul lastrico gli azionisti e i lavoratori, si chia-

ma «bancarotta per distrazione». Dove «distrarre» significa ruba-

re, ma evoca sbadataggine, smemoratezza, amnesia. Lo diceva già

Trilussa: «La serva è ladra, la padrona è cleptomane».

Uno scandalo chiamato scandalo

Il 25 febbraio 2005 si dimette (ovviamente in Francia) il ministro

dell'Economia Hervé Gaymard, giovane e rampante dirigente gol-

lista, pupillo del presidente Jacques Chirac, per una questione di

appartamenti non dichiarati. È uno dei tanti scandali che coin-

volgono i governi di tutto il mondo, ma che si differenziano da

quelli ben più gravi che accadono in Italia per alcuni particolari.

Primo: negli altri paesi il ministro coinvolto si dimette senz'aspet-

tare le sentenze della magistratura, spesso addirittura prima di es-

serne incriminato, anche perché sono i suoi stessi colleghi a chie-

derglielo per il buon nome del partito e del governo. Secondo: so-

no di solito i giornali e i tg a far esplodere lo scandalo, ben prima

che intervengano i giudici. Terzo: quando scoppia il caso, anziché

parlare delle eventuali simpatie politiche dei giornalisti che lo rac-

contano e dei giudici che procedono, si parla dei fatti che l'hanno

originato. Si va, cioè, a verificare se i fatti sono veri o sono falsi. Se

sono veri, la discussione finisce lì. Nel caso di Gaymard, le rivela-

zioni che lo costringono a dimettersi compaiono su un giornale sa-

tirico, Le Canard Enchainé, lo stesso che negli anni settanta portò

sull'orlo delle dimissioni l'allora presidente Giscard d'Estaing per

il caso dei diamanti di Bokassa.

Il 15 febbraio il settimanale scrive che Gaymard abita in un ap-

partamento di servizio di 600 metri quadrati, non lontano dagli

Champs-Elysées, con la moglie e gli otto figli, per un fitto mensi-

le di 14.000 euro a carico dallo Stato. Si tratta di un superalloggio

nel quartiere più caro della capitale, affittato a spese dei contri-

buenti perché il ministro riteneva gli appartamenti ministeriali di

servizio a sua disposizione non abbastanza grandi per la sua nu-

232 La scomparsa dei fatti

merosa famiglia. Lo stesso giorno il ministero dell'Economia fa sa-

pere che tutto è «conforme alle procedure di legge». Ma poco do-

po, mentre i francesi si strappano di mano il Canard, Gaymard an-

nuncia che lascerà la casa. Le polemiche infuriano, anche perché

Gaymard ha appena lanciato una crociata contro il debordare del-

la spesa pubblica. Il premier Jean-Pierre Raffarin modifica la cir-

colare sugli alloggi di servizio dei membri del governo: ciascuno

avrà diritto a 80 metri quadrati, più 20 per ogni figlio; i metri qua-

dri eccedenti saranno a carico dei ministri.

Il 23 febbraio, nel nuovo numero in edicola, il Canard rincara

la dose con nuove rivelazioni: Gaymard possiede un appartamen-

to privato di 235 metri quadrati a Boulevard Saint-Michel, che ha

dato in affitto a terzi per 2.300 euro mensili; inoltre, per adegua-

re quello di servizio, ha fatto spendere allo Stato 150 mila euro,

più lo stipendio per le cinque persone deputate alla gestione del-

la casa (informazione smentita dal ministro e confermata dal Ca-

nard). Gaymard annuncia che si accollerà le spese di adeguamen-

to dell'alloggio di servizio, ma tenta di giustificarsi dicendo: «Se

non fossi figlio di un calzolaio, non avrei problemi di alloggio». Il

25 febbraio Liberation rivela che il povero figlio del calzolaio pos-

siede pure due case in provincia e altri tre appartamenti nella ca-

pitale. Il segretario socialista Francois Hollande chiede a Chirac

di «non restare più in silenzio». Lo stesso giorno Gaymard an-

nuncia le dimissioni e ammette in tv di avere sbagliato: «Mi ren-

do conto di essere stato maldestro e di aver prima di tutto com-

messo un serio errore di giudizio». Il presidente del suo partito,

PUmp, Nicolas Sarkozy, dichiara severo: «I francesi che si devo-

no scontrare ogni giorno con difficoltà possono interrogarsi e giu-

dicare con una certa severità quello che sta succedendo e, vista la

tendenza della gente a trarre giudizi complessivi sull'intera classe

politica, questo è un male per tutti».

Cronisti o ironisti?

Nessuno parla di «demonizzazione» o di «giustizialismo» (termi-

ni intraducibili, al di là delle Alpi). Tutti parlano di «scandalo» e

8. Le notizie col preservativo 233

si comportano di conseguenza. La socialista rampante Ségolène

Royal sostiene addirittura che «più grave della questione dell'ap-

partamento è il fatto che forse un ministro ha detto una bugia».

Nessuno si sogna di contestare al Canard il diritto di occuparsi di

politica, né lo accusa di invadere il sacro suolo dell'informazione.

Queste sciocchezze, usate in Italia per attaccare e poi per epura-

re i Luttazzi e le Guzzanti esorcizzando le notizie scandalose e ve-

re che i due comici avevano comunicato nei loro programmi (Saty-

ricon e Raiot), rispettivamente sui rapporti fra Berlusconi e la ma-

fia e sulle origini illegali del monopolio televisivo del Cavaliere, in

Francia non hanno cittadinanza. Anziché disquisire sui limiti del-

la satira (che, fra l'altro, non ne deve avere), nei paesi seri ci si oc-

cupa dei fatti. E l'unica domanda consentita è: vero o falso? Se è

vero, morta lì. Da noi, invece, i fatti non contano. Mentre il gior-

nalista li indica, tutti gli guardano il dito e cominciano a discute-

re se sia un dito di sinistra o di destra. Se quel che indica può fa-

vorire questa o quell'altra parte. E se eventualmente quell'indi-

care non finisca per fare il gioco della persona indicata. A quel

punto si apre un appassionante dibattito sul «giornalismo fazio-

so», «militante», «aggressivo» che semina il panico tanto a destra

quanto a sinistra.

Nel 2002 H neopresidente Rai Antonio Baldassarre, per giusti-

ficare la cacciata di Santoro, s'inventò che «il giornalismo aggres-

sivo è roba da Sudamerica»: non sapeva che invece è roba da Sta-

ti Uniti, Gran Bretagna, Francia. Insomma, è roba da democrazia.

È quello servo che è roba da Sudamerica, dunque da Italia. La stes-

sa tesi demenziale di Baldassarre la sostiene tempo dopo il suo suc-

cessore, il compagno Claudio Petruccioli: secondo lui parlare del-

le «indagini relative a Berlusconi» a Satyricon fu giornalismo «mi-

litante, non certo di informazione». Che i fatti narrati a Satyricon

fossero contenuti in documenti ufficiali e depositati, e abbiano poi

portato alla condanna in primo grado di Dell'Utri a nove anni per

mafia, è del tutto secondario:

Un giorno del 2005 Cesare Previti scrive una lettera al Corrie-

re della Sera per lagnarsi di un articolo di Luigi Ferrarella, uno dei

cronisti più scrupolosi su piazza, che aveva smentito una tesi so-

stenuta dai suoi difensori: quella secondo cui pm e giudici di Mi-

234 La scomparsa dei fatti

lano avrebbero «sbianchettato» e «manipolato» un documento del

caso Imi-Sir per incastrare e condannare il deputato, sebbene in-

nocente. «Trovo anomalo» scrive Previti «che in un articolo di cro-

naca giudiziaria, il giornalista trovi tempo e spazio per vestire -

non richiesto - i panni del difensore della Procura e cercare di

smontare ciò che gli avvocati hanno illustrato.» Ecco: è anomalo

raccontare i fatti. Gli avvocati di Previti dicono che Procura e Tri-

bunale hanno «sbianchettato» e «manipolato» un documento. Gli

house organ Mediaset e il Tgl ripetono a pappagallo la bufala,

senz'alcuna verifica. E il cronista del Corriere che fa? Fa il croni-

sta. «Non richiesto», va a vedere il documento e scopre che non è

stato affatto sbianchettato: è identico a quello spedito a Milano

dai giudici svizzeri per rogatoria. E, sempre «non richiesto», lo

scrive. Dunque è uno «sfacciato difensore della Procura».

Questa è la concezione dominante del ruolo dell'informazio-

ne: il giornalista deve restare fermo immobile, sul suo trono, co-

me Costantino Vitagliano nel programma di Maria De Filippi. Più

che cronista, tronista: deve limitarsi a fare da passacarte o da reg-

gimicrofono per il potente di turno, onde consentirgli di raccon-

tare tutte le panzane che crede. Se l'avvocato di un potente so-

stiene che Ilda Boccassini gli ha sfilato di tasca il portafogli, il gior-

nalista deve scriverlo, senza verificare se è vero o falso. Se per ca-

so va a controllare e scopre che è falso, allora è sfacciato, anoma-

lo, fazioso, militante, aggressivo. I fatti non gli competono. Altri-

menti poi la gente li viene a sapere.

Le notizie alla vaselina

Nel suo bellissimo L ombra del potere (Laterza, 2004), il corri-

spondente in Italia deìl'Economist David Lane si sorprende e s'in-

digna per cose che, in Italia, sono ormai paesaggio. Nelle demo-

crazie vere - scrive Lane - «il bipolarismo modello Westminster

significa posizioni polarizzate e contrapposte. Ogni giorno». Nel-

la politica come nell'informazione, è tutto chiaro, netto, nitido. È

presumibile, per esempio, che se Blair annunciasse il ritiro delle

truppe britanniche dall'Iraq e l'indomani venisse sbugiardato dal-

8. Le notizie col preservativo 235

l'amico Bush, giornali e telegiornali - senza distinzione di colore -

titolerebbero che Blair è stato sbugiardato, smentito, smaschera-

to, sgridato, spernacchiato da Bush. In Italia, invece, le notizie sco-

mode devono essere ovattate con particolari accorgimenti e pre-

cauzioni che ne attutiscano gli effetti e le ricadute sull'opinione

pubblica, trattata come un'accolita di bambocci facilmente im-

pressionabili da far accompagnare dai genitori. Nel gennaio 2006

il premier Silvio Berlusconi annuncia negli studi di Porta a Porta

il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq «a partire dal mese di set-

tembre». Nel breve volgere di qualche minuto, gli alleati Bush e

Blair lo sbugiardano, dopo avergli telefonato furibondi per quel-

l'annuncio fuori programma, del quale non sapevano nulla. I ci-

negiornali Rai impapocchiano il tutto nascondendo i fatti dietro

la solita cortina fumogena di reazioni e controreazioni «a panino»,

con qualche mezza parola alla vaselina per non far capire la gra-

vità dell'incidente diplomatico.

Anche i giornali «indipendenti» però non sono da meno. L'in-

domani La Stampa titola: «Ritiro, colloquio Bush-Berlusconi».

Quattro chiacchiere fra due amiconi. Segue un editoriale del-

l'ambasciatore-equilibrista Boris Biancheri, secondo cui quella di

Berlusconi non è una terribile gaffe planetaria, ma «una profezia

che si autorealizza» e «una mossa comunque vincente». Bene, bra-

vo, bis. Corrobora il tutto un servizio che spiega come il premier

abbia «rassicurato tutte le mamme». Il Corriere, che ha sempre

un sinonimo per tutto, titola in prima: «Bush e Blair frenano Ber-

lusconi». E a pagina 2: «Bush e Blair correggono palazzo Chigi».

Non perché Berlusconi abbia sbagliato, questo mai: il solito qui

prò quo («I due leader: "È stato frainteso"...»). Gianfranco Fini

è furibondo: nemmeno lui, il ministro degli Esteri, sapeva nulla

del ritiro a settembre. Ma il Corriere minimizza: «Fini lo scopre

dalle agenzie, ma sulla strategia c'è accordo». // Giornale della

ditta si supera: «Iraq, il ritiro disarma la sinistra»: nove colonne

per parlare di una cosa - «il ritiro» - che non esiste (lo stesso pa-

drone, dopo la' lavata di capo angloamericana, ha fatto pronta-

mente retromarcia, parlando di «un semplice auspicio») e per

spacciare la gaffe del premier per una sconfitta della sinistra. Co-

sì una delle più epiche figuracce berlusconiane, dopo il kapò e il

236 La scomparsa dei fatti

rimpatrio di Buttiglione col foglio di via, diventa materia contro-

versa, confusa, incomprensibile.

Anche sullo scandalo che vede coinvolti Francesco Storace, ex

governatore del Lazio e poi ministro della Salute, e tutto il suo staff

per un grave caso di spionaggio ai danni dei suoi avversari alle ele-

zioni regionali del 2005, i fatti sono chiarissimi: l'intrusione infor-

matica illegale nell'Anagrafe del Comune di Roma per inserire fir-

me false negli elenchi della lista di Alessandra Mussolini, e un'a-

genzia di detective sguinzagliata alle calcagna della stessa Musso-

lini e del candidato dell'Ulivo Piero Marrazzo per spiarne le mos-

se, le abitudini, la vita privata. Ma l'informazione all'italiana, spe-

cializzata nella complicazione delle cose semplici e nella confu-

sione sulle cose chiare, riesce a intorbidare le acque e le idee an-

che su uno scandalo così evidente e devastante. I tg di regime lo

presentano come una guerra per bande fra il Comune di Veltroni

(che ha protestato per l'intrusione nei computer dell'Anagrafe) e

la Regione di Storace. Così non si capisce più chi ha fatto cosa. Il

2010-07-19 18:44 Читать похожую статью
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